Situa.to
Esiste una città dei giovani? Come vedere e raccontare la città al di fuori dei soliti percorsi e delle forme con le quali abitualmente la si rappresenta? Quali sono i suoi confini fisici e mentali? Come attraversarli per tracciare gli itinerari di una città che si muove e cambia velocemente?
In occasione di Y-our time/Torino 2010 European Youth Capital, il progetto situa.to, sostenuto dalla Regione Piemonte, Direzione Cultura, Settore Politiche Giovanili intende costruire, con i giovani che la abitano, una serie di strumenti per leggere dal loro punto di vista i mutamenti urbani e intervenire con nuovi segni in stretta relazione con i temi del lavoro creativo e immateriale.
situa.to propone di prendere posizione all’interno della città per contribuire attivamente al racconto e al ridisegno di una Torino che già esiste, ma che ancora non si vede.
www.situa.to
Scarica il bando e partecipa entro il 1 marzo 2010. Per maggiori informazioni: info@situa.to
News
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VENARIA

Quando sono arrivato a Venaria saranno state non più delle ore 14.00. Era una delle prime domeniche in cui si riusciva a godere del sole di primavera. Ho iniziato a camminare senza una meta, perché la cartina neanche me la ero portata. Mi sono diretto sulla via Mensa, la via che taglia la città e porta alla Reggia; la sola che conoscevo. Mi sono lasciato prendere dall'aria di festa domenicale. Ho accantonato i pensieri legati al lavoro, mi sono fermato in un bar a guardare la gente a passeggio. Poi sono ripartito, ancora senza direzione, ma soprattutto senza immaginare che poco distante avrei poi trovato quello che stavo cercando: una ex caserma dei Bersaglieri. Ho pensato se quello fosse il posto giusto su cui concentrarmi, e quasi subito mi sono detto di sì. Perché anche mio padre era bersagliere, e su di loro, da piccolo, ne avevo sentite tante. Così è stato quel ricordo a trascinarmi, e che al progetto servisse o meno -amen- io, ormai, la mia situa l'avevo trovata.
BARCA - BERTOLLA

I ragazzi del quartiere Barca non erano come noi del quartiere Bertolla, no: il Chiosco di via Anglesio era famoso; se tu dicevi “Io ho un amico al chiosco†era come dire guarda che ho una persona che puo intervenire a mio favore.
Qua a Bertolla al massimo dicevi “Mio cugino fa il carabiniereâ€. Lì dicevano “Ho un amico al chioscoâ€.
Non ci credevi la prima volta, non ci credevi la seconda; alla terza magari arrivavano.
C'erano alcuni di noi ragazzini di Bertolla che giravano insieme ad alcuni della Barca; se li portavano appresso. E questi della Barca rispetto a noi avevano tutta un’aria diversa... di persone più cresciute, abituate alla strada, ad un atteggiamento aggressivo. Questo rendeva la Barca una zona che potevi esplorare, ma con attenzione; dovevi andarci con qualcuno.
Adesso se ci vai c'è anche una gallina che gira intorno al chiosco; se chiedi di chi è, qualcuno ti risponde che era degli zingari che abitavano nelle case popolari di fronte. Quando se ne sono andati l'hanno abbandonata qua. Qualcun altro ti risponde alzando le spalle "E' del chiosco, del chiosco".
MIRAFIORI NORD

Mirafiori non è casa mia. Ma non è neanche troppo lontano. Per cui ultimamente ci ho passato parecchio tempo, da solo e con F, a percorrerne i muri come due spiderman solitari senza tutine colorate. Per lo più in modo non troppo razionale e organizzato. Poi, il tempo ha iniziato a diventare tiranno, e ci ha costretto a essere più rigorosi. Proprio il giorno che, naturalmente, ha iniziato a piovere. Così, zuppi a puntino, prima in bici poi in auto, abbiamo seguito tutti i perimetri dei quattro blocchi tra la fabbrica e le case popolari. L’obiettivo era fotografare i 16 lati di muri. Dopo due scatti, la macchina fotografica titolare ha esalato l’ultimo bip, prima di addormentarsi placidamente. E quella di riserva non era affatto in forma: c’erano tutte le condizioni per tentare l’impresa. Così, sempre più zuppi, uno dopo l’altro scolliniamo ogni lato come un passo dolomitico al Giro. Fino al quindicesimo. Siamo in strada della Manta, dove ci aspetta l’epifania finale. Davanti a noi un muro. Che porta una scritta. La scritta dice: “Edo e Fra 2 pazzi!â€. Edo e Fra sono i nostri nomi. Titoli di coda, anche per la macchina fotografica di riserva, tradita forse dall’emozione. Baci, abbracci e applausi.
MIRAFIORI NORD

Mirafiori non è casa mia. Ma non è neanche troppo lontano. Per cui ultimamente ci ho passato parecchio tempo, da solo e con F, a percorrerne i muri come due spiderman solitari senza tutine colorate. Per lo più in modo non troppo razionale e organizzato. Poi, il tempo ha iniziato a diventare tiranno, e ci ha costretto a essere più rigorosi. Proprio il giorno che, naturalmente, ha iniziato a piovere. Così, zuppi a puntino, prima in bici poi in auto, abbiamo seguito tutti i perimetri dei quattro blocchi tra la fabbrica e le case popolari. L’obiettivo era fotografare i 16 lati di muri. Dopo due scatti, la macchina fotografica titolare ha esalato l’ultimo bip, prima di addormentarsi placidamente. E quella di riserva non era affatto in forma: c’erano tutte le condizioni per tentare l’impresa. Così, sempre più zuppi, uno dopo l’altro scolliniamo ogni lato come un passo dolomitico al Giro. Fino al quindicesimo. Siamo in strada della Manta, dove ci aspetta l’epifania finale. Davanti a noi un muro. Che porta una scritta. La scritta dice: “Edo e Fra 2 pazzi!â€. Edo e Fra sono i nostri nomi. Titoli di coda, anche per la macchina fotografica di riserva, tradita forse dall’emozione. Baci, abbracci e applausi.
MIRAFIORI SUD

Giorno: venerdì.
17? probabilmente sì…
Ora di ritrovo: 17,02.
Meteo: soleggiato variabile. Nuvole rapide in avvicinamento.
Mezzo di locomozione: FIAT Cinquecento, vecchio modello, bianca. Tetto apribile e finestrino lato destro rotto.
Supporti tecnologici: 1 macchina fotografica scarica, 1 macchina fotografica umorale, 1 gps.
Obiettivo: documentare in 90 minuti (più recupero) tutti i muri di Mirafiori, dribblando la pioggia in agguato da nord.
Itinerario: chiedete al pilota, ero distratto.
La pioggia è arrivata? sì, eccome!
Tra voi e la pioggia, chi ha vinto? noi, chiaro! Abbiamo finito i muri (quasi…)
Modalità operativa: individuazione muro. Stop. Apertura portiera. Discesa. Foto. Ritorno in auto. Ripartenza.
Chi scendeva? Io…
Livello di acqua raggiunto: troppa.
Imprevisti: c’è l’imbarazzo della scelta. Tra le macchine scariche e il gran finale, ci siamo pure persi a Beinasco.
Gran finale: L’ho già raccontato a un sacco di giornali, telegiornali e troupe internazionali... ormai si sa già come va a finire…
L’ultima volta, per i nostri appassionati: ok. A un certo punto di un muro abbiamo trovato questa scritta: “Edo e Fra 2 pazzi!†In quest’ordine perché giustamente lui era il leader. Scesi dall’auto, ci siamo messi a gigioneggiare cercando l’inquadratura migliore. Trovata la posa perfetta, la macchina si è spenta. Dopo aver lanciato qualche accorato appello ai piani alti, l’abbiamo coccolata finché non si è convinta a riaccendersi. Tanto che poi è andata avanti non solo per immortalare l’inquadratura perfetta, ma per altri dieci minuti!
Nome: Fra, non si era capito?
SAN SALVARIO

Quando ho trovato casa a San Salvario, non conoscevo nulla della città . Un amico albanese che già viveva a Torino mi ha chiesto dove avessi trovato posto. Gli ho spiegato la zona e lui: “A San Salvario? Ma là è pieno di stranieri!â€
San Salvario è una cartolina di se stesso.
Viverci è come vivere a Venezia durante il carnevale: un teatro in tempo reale, animato dalle maschere dell’immigrato, della prostituta, dello studente. È come Disneyland – senza biglietto ma con le tasse.
San Salvario è un racconto che diviene più fittizio ogni volta che lo si racconta. Vero e immaginario si stratificano, come per ogni storia compresa la Storia. Dove sono realtà e finzione, se perfino Kapuscinski inventava?

La cartolina di San Salvario è il Borgo Medievale. Il borgo artefatto, pensato secondo gli archetipi cortesi è il simbolo-ombra del quartiere. Come il castello del postino Ferdinand Cheval, o quelli costruiti dai nuovi ricchi albanesi, anche questo villaggio è una fantasia irreale.
Ma cos’è un castello? I vecchi rispondono una fortezza, i bambini un luogo per fare il pic-nic la domenica. Il castello perde una funzione, diventa semplice scenografia. Così il quartiere tutto, con le sue attrazioni esotiche e le puttane teatrali, si rivela un esercizio di stile, che tradisce il bisogno di finzione delle persone.
GRUGLIASCO

A Grugliasco ho trovato un'intera campagna nascosta agli occhi distratti della città . Ci sono i campi, gli orti e i giardini; ma anche i pastori erranti (forse di nuovo kirghizi, chi lo sa) e i cow boy di Star Trek che vivono nella facoltà di veterinaria.
I pastori delle galassie o dei loci più ameni comunque sono solo un divertissement temporale, un paradosso ordinato, se comparati all’improbabilità estrema dell’autofficina che ospita un cammello. Se i pastori kirghizi vengono da tempi remoti e quelli ipertecnologici vengono da altri mondi, forse quel cammello viene dal futuro, da una Torino desertica fatta di caravanserragli e tuareg.
Ciò che spiccherà in quella Grugliasco futura sarà la stazione rossa; una fermata spettrale, deserta, sconosciuta ai più e snobbata dai suoi contemporanei, che preferiscono usare la metro per uscire dal tempo mitico della campagna ed entrare in quello circolare della Torino post industriale.
BARRIERA DI LANZO

“No, non è quaâ€.
“Noâ€. “Non lo soâ€.
“Ti sbagliâ€.
“Barriera di Lanzo?"."Non esisteâ€.
Non c’era altro da fare che andarmene, e mi decisi.
Mi decisi a guardar indietro.
Attualmente non esiste: è territorio di Borgata Vittoria e Madonna di Campagna. Ma esisteva.
Se ne iniziò a parlare nel 1796 con la costruzione degli insediamenti doganali. Barriera di Lanzo era varco per il pagamento del dazio. Fu nel 1869 che si insediarono, al di là della cinta doganale, le prime fabbriche per la produzione di panni in lana; più tardi, la Società Nazionale delle Officine di Savigliano.
Nel 1916 arriva la Fabbrica di Superga: gomma lavorata da 880 donne. Anche qui: cosa resta di quelle donne?
Il numero.
FALCHERA

Il dottore gli prescrisse una dieta complicata, giornate di riposo, campagna in estate. Falchera nuova, o meglio, i laghetti originati dall’estrazione dei detriti, sono perfetti per la sua cura.
Occupa il tempo a bagnarsi: a guardare il cigno, le folaghe e le oche. A camminare nei campi di granoturco tutt’attorno; passeggiando su una striscia di terra, che sembra sospesa sull’acqua, guarda i pomodori dell’orto in terrazza diventare rossi. Al primo laghetto conosce due pescatori rumeni che pescano il pesce gatto. Brutto ma buono il pesce, bello e riservato il pescatore. Da lì, con i campi sulla destra, il recinto di torri sullo sfondo e la vista intermittente dell’acqua tra i portoni degli orti alla sua sinistra, raggiunge il secondo laghetto, il più grande: il suo preferito.
Ogni tanto sale l’odore di una bistecca alla brace misto al profumo della menta selvatica. Una coppia di germani solca come frecce lo spazio azzurro chiuso tra i salici immobili. Anche se l’accesso all’acqua è del tutto occasionale, tra il vuoto non occupato dagli orti, ci si riesce ad arrivare.
RIVOLI - RIVOLI È UN POSTO TRANQUILLO

T. mi attende seduto al tavolino, dietro a un paio di larghi occhiali scuri. Indossa una camicia a maniche corte dalla fantasia hawaiana: sul petto una ballerina accoglie i turisti con corone di fiori rossi. Ordiniamo due birre, gli chiedo di Rivoli. Prima di accendere la sigaretta ne toglie il filtro, lo riduce a metà e poi lo rimette, altrimenti – mi spiega – è troppo leggera.
“Rivoli mi è piaciuta tutta. Ho scoperto almeno tredici luoghi su cui intervenire, più uno bellissimo che poi non ho più ritrovato, un fabbricato con i pilastri a baionettaâ€. Arrivano le birre. “Ho girato moltissimo. Un altro rimpianto è una ex-discoteca di cui rimane solo la struttura portante. Per entrare ho dovuto scavalcare, ma rimane troppo lontanaâ€. Gli chiedo dove si trovi. “A Buttigliera Alta. Nemmeno quelli di Rivoli porterebbero fin là i bambiniâ€.
Risponde al telefono. Prima di parlarmi degli incontri che ha fatto, mi spiega che è un iphone cinese che tiene due schede, preso a cento euro. “Ho parlato con molta gente, compresa la preside di una scuola media. Rivoli è un posto tranquillo, sono stati tutti molto disponibili. Ho discusso con un’associazione di graffitari per organizzare un contest su questo loro lunghissimo muro di graffiti in via venti settembre, stupendo. Ho conosciuto un pattinatore ultrasessantenne che ogni settimana fa da piazza San Carlo a Rivoli in pattini. Insomma, gente socievole. L’unico che mi ha guardato male è stato un vecchio che lavorava in uno degli orti vicino alla tangenziale, ma in effetti ero entrato con lo scooterâ€.
Prima di salutarci gli chiedo quale sia la cosa più bella che ha visto a Rivoli. “Il parco avventura nel bosco affianco al castello. Si entra da una porticina tipo giardino segreto e ti ritrovi in questo mondo di ponti tibetani e carrucole, dove portano i bambini delle scuole a fare dei laboratori. Mi sarei volentieri messo anch’io a giocare, se le maestre non si fossero già insospettite per le fotoâ€.
la Pera Sgaroira, sulla Collina Morenica di Rivoli
PARELLA

“È l’umore di chi guarda che dà alla città la sua forma.†Me ne ricordai mentre camminavo lungo i bordi del quartiere tracciati dall’arbitraria convenzione. Grandi arterie viarie a flusso discontinuo descrivono l’era della modernità in decadenza, epoca in cui la grande industria cede il passo ai tempi dei processi, tempi di una nuova invenzione del quotidiano. A Parella, bagnata dalle acque della Dora e sorvolata da velivoli talvolta impegnati in strampalati e arditi esercizi di volo, resiste un forte quanto mai attuale passato agropastorale. L’occhio se ne meraviglia. Bealere, cascine, campi coltivati a mais e foraggio disegnati minuziosamente, colorano il paesaggio ridondante delle abitazioni. Gli alveari dell’intimità , ben organizzati e strutturati, sono spesso accompagnati da pittoreschi giardini o cortili per lo più destinati a roseti. All’orizzonte si scorgono le montagne, punti cardinali dell’evasione. Da Parella non si torna indifferenti. I suoi ossimori spaesanti riecheggiano nei miei sensi e nella mia mente. Registri dimensionali antropici differenti convivono con soluzione di continuità . Torno con ricordi ben distinti: i giostrai, la torre dell’acqua di corso Bernardino Telesio, i roseti, le industrie e i capannoni, gli orti urbani, la Dora e i suoi canali, il cemento, i pellegrini della via francigena, le sue due piazze per il mercato, il profumo dell’erba, l’irrespirabile aria carica di smog, i parchetti di gesso per bimbi e animali domestici, persone provenienti da altri paesi, le villette e le case popolari, un campo nomadi. Quando si arriva a Parella, quartiere al limite, si è accolti dalla vertigine. Il disegno urbano, preordinato e funzionale alimenta se stesso. Tale potere, che ora dicono benigno ora maligno, inganna chi Parella la abita.
In una carta del 1762 (Carta dei distretti delle Regie Caccie, Archivio di Stato di Torino) si possono leggere i nomi della cascina Il Parella e della cascina La Pellarina, oggi passati ad indicare rispettivamente l’intero quartiere e l’area del Parco Carrara.
MADONNA DI CAMPAGNA - LUCENTO

Abbiamo pedalato per le strade di questa pietra grezza il sabato e la domenica. Incontrando più segnali architettonici che umani; ammesso che siano due cose distinte. Noi e le nostre biciclette, tra fotogrammi di quartiere con poca vita. I miei ricordi precedenti della zona, legati all’ansia, di aver preso tutto ed essere in orario sulla strada per l’aeroporto, o alla disillusione, di ritorno sul 9 dopo l’ennesima batosta del Toro. La poca vita di questo quartiere che sembra un diamante, dicevo, diminuisce ancora nella parte alta di corso Grosseto, dopo il cavalcavia verso il fu Delle Alpi, dove si alzano casermoni compatti e marziali, che mi riportano a una Bucarest non troppo lontana. E non troppo sommersa. Una falange difficile da penetrare. E raccontare, almeno per me. A montare la guardia ai palazzoni, diverse nicchie votive. Che parevano una citazione della little italy di Scorsese in Italianamerican. Sarà l’aria del luogo, che fa bene al cinema. Non lontano da qui, tra corso Mortara e via Orvieto, Scola ha girato il finale di Trevico-Torino e Daniele Gaglianone scene di Pietro, in concorso al prossimo Festival di Locarno. Io, Cristian e Cristian. Cristian Nemescu e Cristian Mungiu. Sarebbe stato bello fossero venuti con me anche loro. Così, avrebbero saputo raccontare le storie dentro quei palazzoni. Sotto quei palazzoni. Come sotterranei di una piccola Bucarest.
COLLEGNO

Una scia di biciclette lunga, ma lunga davvero.
Stanno attraversando il Valentino.
Gente nuda, gente vestita, bambini, nonni, sportivi e bersaglieri in pensione. Ma ancora con le
fanfare spiegate, a cavallo di una Bianchi d’anteguerra.
“Anche Lei al manicomio?â€
No, ma... perché no!
Seguo una pista ciclabile, mi allontano dalla città , c.so Sommeiller, c.so Francia…
“Guarda! Un’astronave! Una vera Leumann classe 1875â€
Poi torno indietro, devio, c.so Marche.
Svolto, devio di nuovo, costeggio il Campo volo, macchine, traffico, inquinamento, ma se spingo più forte i pedali, mi sembra di sentirlo, il volo.
Ed eccomi arrivato, non mi ricordo dove volessi andare
ma davanti a me c’è un grande parco verde, mi dicono è la Certosa.
“Scusi, dove siamo?â€
“Al Manicomioâ€
Diverse strutture sono sparse all’interno del parco.
Mi avvicino, sono vuote.
C’è gente intorno ma nessuno le attraversa.
“E il manicomio?â€
“Quale manicomio?â€
Sembra non ci sia, o forse l’hanno scordato.
“Lei la vuole sapere la verità ? I pazzi non esistonoâ€.
BORGO SAN PAOLO

Diario di bordo, dal pianeta operaio BSP in sistema solare post-industriale T: riscontrata presenza di alcune forme aliene sul territorio, attraverso architetture e modalità relazionali non identificate.
1 Avamposto a uso difensivo. Struttura ex novo. Ingressi limitati e controllati anche in orario diurno (90 000 accessi annui ca.). Vetri opacizzati. Difficoltà a raccogliere dati su attività interne, avviate nel 2002. Si ipotizza riguardino campo dell’arte. Osservate scarse relazioni con nativi locali. Codice di identificazione: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Via Modane 16.
2 Vecchio modello di astronave a lama. Superficie esterna riflettente. Notevole sviluppo verticale (65 m), soprattutto rispetto ad attigue strutture native. Risulta quasi del tutto abbandonata, a eccezione del settimo piano (attività non identificata). Buone prospettive riutilizzo. Codice di identificazione: Palazzo Lancia, via Vincenzo Lancia 26.
3 Struttura nativa riadattata a uso alieno. Stabilito contatto informale con ospiti (181 presenze fisse). Comunità operosa attiva in altre regioni pianeta. Non sono stati registrati segni di interesse per nativi e contesto esterno. Codice di identificazione: Collegio Universitario R. Einaudi, corso Lione 24.
4 Nuovo modello di astronave, struttura affusolata. Ampie superfici esterne trasparenti. Frequenti attività su pareti interne (40 percorsi), da parte di manodopera specializzata (fino a 100 contemporaneamente), a diverse altezze (max 18 m). Non sono stati registrati contatti con nativi locali. Codice di identificazione: Palaroccia, via Braccini 4.
5 Struttura nativa (ex centrale termica Officine Lancia, 3200 mq totali) riadattata a uso alieno. Discreta apertura verso esterni, non sufficiente ad adeguato coinvolgimento nativi. Da sopralluogo, registrate diverse attività nel campo dell’arte contemporanea (area espositiva di 1400 mq). Codice di identificazione: Fondazione Merz, via Limone 24.
AURORA – VALDOCCO - ROSSINI

Guardo con curiosità e paura l’uomo fermo in fondo al fabbricato.
E mi chiedo cosa direi.
Cosa potrebbe dirmi.
Alzo la mano, lo saluto; è lui che si avvicina.
“C’è una stanzaâ€, dice, â€con una porta qua, una porta qua, una porta qua, una porta qua. (disegna con le mani un cubo). Qua è chiuso, qua è chiuso, qua è chiuso, qua è chiuso. Dove vado? Da sopra non posso. Non sono un angelo. Dietro alla porta o davanti alla porta deve esserci qualcuno. Perché la porta l’ha chiusa qualcunoâ€.
A Torino, dalle periferie al cuore della città , in ex fabbricati industriali dismessi e abitazioni in disuso ci sono delle persone.
Ci vivono, per necessità , in una solitudine troppo rumorosa per non essere udita anche al di fuori di quegli spazi.
Un’altra città nella città . Luoghi di “sâ€fortuna.
I 72.062 mq dell’ex Fiat Grandi Motori di Via Cuneo; il fabbricato su via Enrico Fermi, dove ad ottobre vivevano più di 200 persone. Una piccola insenatura di rifugio lungo il Po; la casa di Via Fiocchetto con le sue porte e finestre murate: ai margini di un sistema di condizionamento sofisticato e di controllo sociale si inseriscono le vite di chi, qui, temporaneamente ci abita.
SAN DONATO

Per il principio dei vasi comunicanti, una torre dell’acqua deve essere più alta dei fabbricati che da questa si riforniscono. Così era in via Val della Torre, dove la cisterna che serviva la vecchia area industriale occupava il poggio al confine con Lucento. Così non è più in Spina 3, dove sono i nuovi palazzi a svettare e gli eventuali servizi, tra le tante erezioni edilizie, sono così bassi da non vedersi più. In attesa del parco, gli spazi pensati sotto i quattordici piani di case sono posti auto, passerelle di passaggio, cortili privati. Un modello sbagliato, un errore? Un orrore? Forse un’occasione persa per ripensare in grande scala alle tipologie abitative, al rapporto con il preesistente, che ora – quel poco ancora in piedi come la torre – rimane all’ombra dei grattacieli.
Ma questo è solo un punto di vista, forse un po’ altezzoso. Scendendo dalla torre, guardando al nuovo quartiere dalla terrazza artificiale dello Space Cinema, la verità è che i suoi abitanti stanno bene e, davvero, è giusto così. A pochi importa di essere in duemila confinati in un cortile, o delle mancanze strutturali: qui c’è il centro commerciale a due passi, il parcheggio è facile, il centro città vicino. Tra poco, ci sarà anche un parco. Architetti o meno, tutto è meglio di quanto possa sembrare e perfino il bello, su questo palchetto da cui si vede Superga, un pergolato di neon in cui in futuro nascerà – forse – qualche pianta, sembra possibile.
VANCHIGLIA – VANCHIGLIETTA – MADONNA DEL PILONE

Esiste, ed esiste per nostra fortuna, un luogo della città che sa accogliere gli amori di tutti e ascoltare le delusioni di alcuni, che sa aderire alle nostre ansie e accompagnare le nostre speranze. Un luogo che regala, tra le foglie degli alberi che lo delimitano, visioni protette della realtà tutt’attorno e riconsegna alla vita in città il silenzio necessario.
Siamo nel punto in cui i palazzi di Vanchiglia guardano, oltre il fiume, il parco della Colletta e il Parco della Brigata Alpina Taurinense.
Qui la Dora si incontra con il Po. E placa il suo tumulto.
La prima, che in passato fu il limite tra la citta dei vivi e la città dei morti, immette le sue acque brune nel Po, che fu luogo di transito delle merci per la sussistenza e la vita della città .
Con i palazzi alle spalle e l'acqua di fronte, nella controra delle giornate estive ci si ferma sull'erba in un far niente; ci si bagna, si pesca, si fa l’amore, si fa il barbecue.
SANTA RITA

Nel 1998, a seguito delle proteste degli abitanti di Santa Rita contro il dormitorio di via Filadelfia, il Comune delibera l’apertura di tre strutture in posizioni meno scomode, tra cui quella di corso Tazzoli a Mirafiori Nord.
Nel 2010, a seguito delle proteste degli abitanti di Mirafiori Nord, la residenza notturna per tredici donne in difficoltà , pensata in un primo tempo in via Dina, apre provvisoriamente in un vecchio asilo di via Osoppo.
– Scusi, sa dov’è l’ingresso?
– Stai cercando di entrare? È chiuso.
– Sa se posso parlare con qualcuno del dormitorio?
– Non ancora. Mi hanno detto di venire qui, ma aprono solo alle otto.
– È la prima volta che viene qua?
– Sì, mi hanno trasferita qui. Staremo in una dozzina. Dalle altre parti non ci volevano. Ora aspetto che apre.
– Ma da dove arrivi?
– Io vengo dal Congo. Vedrai che qui è meglio che prima.
– …
– Che ora è?
– Quasi le cinque e mezza.
– Puoi guardarmi le valigie per cinque minuti? Vado lì al bar e torno.
– Sì, certo.
– Grazie. Non resistevo più. Mancano ancora più di quattro ore.
– Si figuri.
– E tu da dove vieni?
– Scusi…
– Di dove sei? Non sei moldava?
REGIO PARCO – SASSI – SAN MAURO

Io una piscina come quelli che abitano in collina mica ce l’ho, non c’ho neanche il terrazzo, e allora d’estate per stare un po’ al fresco mi tocca uscire e trovare un posto sul fiume. Prima andavo alla Colletta, ma lì ci sono i drogati, poi ho visto che dall’altra parte si aprono delle spiaggette come questa. Bisogna fare attenzione quando si scende, ma qui si sta bene, mi metto in boxer come al mare e quando mi viene caldo mi bagno col Po, alla faccia di quelli con la piscina. In pochi conoscono questo posto e infatti nessuno è mai venuto a rompere fino a oggi che mi ha svegliato il rumore di qualcuno che scendeva tra i cespugli. Subito ho pensato che erano i drogati, poi ho visto arrivare una ragazza per bene, con gli occhiali al contrario e il taccuino in mano, che mi ha detto che è una traser che fa una ricerca su una situa. Io faccio sì sì, ma non ho mica capito questa come parla, e poi ha iniziato a farmi domande su come avevo trovato questo posto, quanto spesso ci vengo e pure se l’acqua del fiume non fa molto male. Io, discretamente, mi tocco là sotto, mentre lei si volta per guardarsi intorno. Poi mi chiede se può farmi una foto sulla spiaggia e allora capisco tutto: questa è una del comune che vuole rubarmi il posto per aprirci uno di quei locali per i giovani con le sdraio come sotto piazza Vittorio. E allora dico di no, anche se lei non mette nomi e non la fa vedere a nessuno. La ragazza se ne va malamente. Poi, mentre mi stavo bagnando la testa con l’acqua – ma farà davvero male? – la rivedo che attraversa il ponte e scende dall’altra parte. Faccio finta di non accorgermene, ma vedo benissimo che la foto da lontano me la fa comunque. E allora penso: certo che l’urbanizzazione non si ferma proprio davanti a nulla.
NIZZA - MILLEFONTI

La matrioska: un mondo che racchiude un mondo dentro un mondo, dentro un mondo..
Italia ’61, un ospedale, un parco, un altro ospedale, case popolari…
Ci sono posti che per essere raccontati hanno bisogno di parole diverse per ogni realtà che inglobano, e quello che le tiene insieme, ma che non appartiene a nessuna di esse, è la memoria. Una storia passata che le attraversa e ancora incombe sulle loro presenze ha lasciato una memoria vuota. Però queste realtà si incontrano lì, nel vuoto, nei dintorni di un lago in città . Che forse non è più, o non è solo, il lago del Palazzo a Vela.
Oggi al lago ci sono voci che provano a ricordare, spesso ricordano un vissuto di altri, che non li appartiene ma è come se dovessero almeno tentare, per ridare vita a qualcosa che non riesce ad essere rimosso e nello stesso tempo a restare.
Ma se si smontassero una ad una queste realtà , per scoprire cosa racchiudono all’interno, forse riuscirebbero a raccontarsi e, ponendosi una davanti all’altra, troverebbero lo spazio per dare inizio alla loro memoria.
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