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DIARIO / ARMIN LINKE

Ancora il guardare, ma questa volta attraverso l’immagine fotografica e lo sguardo di Armin Linke. Guardare per costruire nuovi percorsi di senso o, usando le sue parole, per «rappresentare la realtà con l’illusione di poterla cambiare». Nuovi modi di raccontare il presente anche a partire dalla lettura e dall’interazione con la storia, come accade nella mostra dal titolo Tutta la memoria del mondo, o negli esercizi di osservazione in un’area urbana «di frontiera» o tra le scatole di un archivio fotografico.

3 maggio
La prima parte della giornata è stata dedicata alla visione di alcuni progetti di Armin Linke. I traceurs si sono letteralmente immersi nel suo vastissimo archivio fotografico: fotografie di ambienti, macro architetture di paesaggi naturali in trasformazione, immagini stampate e allestite come tappezzeria sui muri, fotografie montate su ruote mobili di diametro da 1,2 a 2,2 metri (Triennale di Milano, 2002) o visibili su grandi tavoli touchscreen (Biennale di Venezia, 2003). Questi e tanti altri i lavori di Armin Linke che testimoniano come il concetto di associazione e narrazione per immagini attraverso serie e sequenze sia centrale nella sua ricerca e prenda il sopravvento sulla singola foto.
A questa primo momento introduttivo è seguito un dibattito su temi quali il rischio di spettacolarizzazione della realtà, le nuove modalità di fruizione delle immagini e il ruolo del pubblico nella interpretazione e creazione di una propria narrativa.
Alla domanda di Giulia Majolino «Qual’é la differenza tra il tuo tipo di fotografia e il reportage?» Linke risponde «Per me la fotografia è un metodo per porre delle domande e non per dare risposte. A differenza del reportage che crea fatti ‘certi’, io voglio che il pubblico proietti un proprio immaginario nella foto. La fotografia deve creare una lettura plurisemantica che duri nel tempo e che venga anche reinterpretata».
L’immaginazione è un elemento fondamentale nella lettura dell’immagine fotografica, dice Linke, «il linguaggio consiste nel creare un codice per comunicare agli altri quello che immaginiamo. L’immaginario è una componente base di quello che siamo».
Molti dei suoi lavori sono veri e propri sistemi di interazione tra il pubblico e l’immagine, dove è proprio lo spettatore che crea, anche attraverso la dimensione ludica, una personale e nuova narrazione delle immagini presentate. Un esempio sono le ruote presentate alla Triennale di Milano in collaborazione con Stalker: attraverso il gioco fisico dello spostamento e la sorpresa della sequenza tra un’immagine e l’altra, il pubblico può creare diverse narrazioni.

Primo esercizio: l’artista aveva richiesto che i traceurs portassero con sé una foto che per loro avesse un particolare valore.
Premesse: formare un piccolo archivio fotografico.
Obiettivo: capire i meccanismi culturali e soggettivi di codificazione e lettura delle immagini.
Una volta sistemate tutte le foto su un tavolo, Linke e i traceurs hanno iniziato un gioco in cui si prendeva casualmente in esame una foto e si cercava di datarla e capirne il contesto storico, culturale e territoriale. La prima foto presa in esame, una fototessera ovale in bianco e nero, ha subito permesso di capire quali meccanismi di codificazione ciascuno di noi possieda. Per tutti era una foto d’antan o una fotoceramica come quelle usate nei cimiteri. In realtà si trattava di una foto molto recente scattata in Messico in occasione di una cerimonia ufficiale di laurea. Successivamente sono state prese in esame altre fotografie, personali o tratte da riviste, seguendo sempre lo stesso metodo di analisi, cercando cioè di evincere il contesto a partire dall’immagine e, con esso, i nostri codici e sistemi culturali di lettura.

4 maggio
La mattinata del secondo giorno, nonostante il tempo decisamente sfavorevole, si è comunque deciso di fare un esercizio en plein air a Collegno, vicino alla fermata della metropolitana Fermi.
Armin Linke, dopo aver osservato la zona e aver valutato i limiti oggettivi dettati dal cattivo tempo, ha dato tre quarti d’ora ai traceurs per fotografare questo «luogo di cerniera» e di passaggio che collega Collegno al centro di Torino.
Un’unità di tempo e di spazio per tentare di raccontare quel luogo. Nessun suggerimento per il soggetto da fotografare o la tecnica da adottare, ma solo un accorgimento: dice Linke «fotografate una cosa e poi fotografatela nuovamente facendo un passo indietro».
Un passo indietro che permetta di vedere il contesto, un passo indietro che ci permetta di immedesimarci nell’oggetto che è lì da sempre, mentre noi no.

Nel pomeriggio situa.to si è spostato alla GAM - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino, per visitare Tutta la memoria del mondo (a cura di Elena Volpato), una mostra collettiva di artisti italiani e stranieri che indagano nel proprio lavoro i meccanismi di costruzione del racconto storico, le sue implicazioni, gli strumenti della registrazione e dell’archiviazione degli eventi. Nell’affrontare questi temi talvolta l’analisi dell’ambigua soglia che separa il vero dal falso li porta a provocatorie costruzioni di pura finzione, a testimoniare storie mai accadute ma allo stesso tempo curiosamente rappresentative del nostro passato (www.gamtorino.it).

Successivamente Armin Linke, i curatori e i traceurs sono stati accolti all’ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti†(Istoreto) dove il responsabile dell’archivio storico, Andrea D’Arrigo, ha fatto visitare il ricco archivio fotografico e documentaristico, raccontandone la storia e facendo visionare alcuni documenti. Il compito istituzionale originario dell’istituto è stato quello di raccogliere, ordinare e conservare gli archivi del Cln-Piemonte e delle formazioni partigiane che hanno operato in questa regione. A partire da questa base documentaria, l’archivio si è nel tempo arricchito fino a occupare materialmente più di 650 metri lineari contenenti circa tre milioni di documenti (raccolte fotografiche, un’importante nastroteca e videoteca, collezioni di manifesti ecc..)(www.istoreto.it).
La disponibilità e la generosità delle persone che ci hanno ospitato sono state tali da permettere ai traceurs di accedere a preziosi documenti, come alcuni faldoni del fondo Germano Facetti e il taccuino personale di Facetti, creato nel campo di Mauthausen-Gusen durante la sua deportazione, e visionare parte dell’archivio fotografico.
Il fondo, non ancora riordinato, si presenta per la maggior parte organizzato in serie già definite, la cui intitolazione può essere individuata sulla base del personale criterio di classificazione applicato da Facetti per indicare i principali nuclei documentari che ne costituiscono il contenuto. Dei 118 contenitori, tra faldoni e scatole oggetto del versamento, un numero consistente è infatti dotato di un’etichetta adesiva che riporta le lettere iniziali o il nome per esteso delle nazioni europee ed extraeuropee alle quali la documentazione raccolta fa riferimento; altri appaiono più semplicemente contrassegnati con annotazioni cronologiche o con indicazioni cromatiche che richiamano per lo più i colori delle bandiere nazionali. All’interno di ciascuna aggregazione emergono ulteriori suddivisioni, rigorosamente segnalate dal soggetto produttore, che potrebbero corrispondere a virtuali sottoserie e fascicoli, riconducibili rispettivamente a macro-temi – quali ad esempio le guerre mondiali, la storia dell’arte o dell’architettura – e ad argomenti più circoscritti, che di quelli rappresentano uno specifico approfondimento. (http://metarchivi.istoreto.it)
Questa lettura del tempo attraverso le immagini ha nuovamente riportato l’attenzione sull’utilizzo di un archivio fotografico come strumento per raccontare e reinterpretare la storia. Utilizzare le immagini in un modo altro da quello per cui sono nate, interrogarsi sul loro uso e trovare una diversa e nuova chiave di lettura, sono i temi emersi durante queste prime giornate di workshop con Armin Linke.

5 maggio
Oggi si inizia con un video di John Berger Ways of Seeing. Ritorna ancora Vertov e il suo mechanical eye, in cui ciò che cambia non è cosa si vede, ma come si vede. Ritorna il tema del confine tra vero e verosimile, emerso alla mostra Tutta la memoria del mondo e l’uso didattico del medium televisivo.

Si prosegue con la proiezione del progetto in progress di Armin Linke e Pietro Zanini Alpi in movimento (2004) e del film di Harun Faroki Bilder der Welt und Inschift des Krieges (tr.ita. Immagini del mondo e scrittura della guerra) in cui si tematizza l’idea dell’immagine come medium.
Al termine della proiezione Francesco Dragone chiede: «Cosa abbiamo perso del passato e a cosa guardare nel futuro?». Armin risponde dicendo che bisogna chiedersi cosa davvero cambia. A volte cambiano più le forme che la realtà.

Nel pomeriggio, una volta stampate le foto fatte a Fermi, Armin decide di disporle a terra, far scegliere a tutti una foto e allestire un «muro» con le immagini selezionate. Una volta completato l’allestimento, Linke osserva le fotografie e inizia a spostarne alcune, gioca con le immagini, crea dei gruppi narrativi che già esistono all’interno delle foto selezionate e altri nuovi. C’è chi ha scelto un linguaggio poetico, chi si è soffermato sulla morfologia dei luoghi, chi ha privilegiato un approccio antropologico; lo sfondo concettuale di questo esercizio, e del lavoro di Linke, rimane l’idea di archivio e la possibilità di fruire delle immagini per creare nuove narrazioni, nuovi livelli di lettura, nuove identità attraverso uno sguardo consapevole e contestualizzato.

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1 year 37 weeks ago