VALLETTE

Alzarsi su una torre, un grattacielo per osservare dall’alto tutte le Vallette non si può. Tanto meno salire su uno dei pennoni del nuovo vecchio stadio, appena fuori il labirinto di case popolari. Ma per cogliere il quartiere basta forse sedere a un tavolino di questo bar brasiliano precipitato in piazzetta, e guardare comporsi di fronte a sé le maglie strette della rete sociale qui.
Tra la gente che passa e dà una battuta, saluta e va, un ragazzo siede al tavolo affianco al mio. Beve un caffè scorrendo un quaderno di appunti: qualche indirizzo, un numero di telefono, una mappa. Scorgo di una visita con l’ecomuseo e di un’intervista al ragazzo di un’associazione, del carcere e delle bandiere italiane sui balconi, della poca distanza dal centro città . Di una vecchia cascina trasformata in una pizzeria kitsch, di una famiglia di parcheggiatori abusivi senza più stadio, della campagna oltre alla strada e di quanto sia bello l’inizio di una linea di elettrodotti. Volta le pagine: trovo le enormi costruzioni vuote a lato del quartiere, la difficoltà di lavorare qui con i giovani e la loro assenza. In qualche modo ha anche saputo di una rivolta contro certi ascensori a pagamento, a cui nemmeno più ricordavo di avere partecipato tanti anni fa. Chissà se conosce quella storia dei segnali stradali con errori di ortografia che venivano destinati qua?
Su un foglio c’è una nota in basso. Non riesco a leggere bene, ma intuisco: parla dell’amore che la gente deve mettere da qualche parte per non morire dentro. Dice che gli abitanti delle Vallette, non potendolo fare nel paesaggio attorno, lo fanno nelle persone. Mi guardo attorno: la gente esce dal più brutto dei centri commerciali, diretta verso la chiesa sgraziata. Per oggi voglio credere che anche la seconda parte della sentenza sia vera.







